LE CLAUSOLE RISOLUTIVE ESPRESSE NEL MANDATO DI AGENZIA

 

Editoriale a cura di (MQARC+) – Marchio di Qualità Agenti e Rappresentanti di Commercio

LE CLAUSOLE RISOLUTIVE ESPRESSE ED il termine essenziale come risoluzione stragiudiziale.

Nella redazione di un contratto è, a volte, necessario o consigliabile introdurre delle clausole rivolte a predeterminare le eventuali conseguenze dell’inadempimento delle obbligazioni contrattuali da parte delle parti coinvolte nel contratto.

Il codice civile fornisce al redattore due fattispecie che perseguono con modalità e conseguenze diverse lo stesso risultato; ovvero la risoluzione del contratto. Esse sono la clausola risolutiva espressa e il termine essenziale, rispettivamente disciplinate dagli artt. 1456 e 1457 del c.c..

Con la clausola risolutiva espressa, i contraenti convengono che, il contratto si risolva nel caso in cui una determinata obbligazione non sia adempiuta secondo le modalità previste dal contratto stesso.

L’utilità effettiva di questo strumento è duplice: infatti, da una parte permette di qualificare un determinato adempimento come importante ai fini della risoluzione del contratto poiché l’inadempimento stesso, se non fosse stato tale, non sarebbe stato dalle parti sanzionato con una clausola risolutiva espressa. Dall’altra parte, permette di consentire alla parte adempiente di liberarsi immediatamente dal vincolo contrattuale mediante una semplice dichiarazione con la quale la parte stessa dichiara all’altra “che intende valersi della clausola risolutiva espressa”. 

Per comprendere a fondo l’effettiva portata di tale dichiarazione occorre individuare la sua natura giuridica che consiste in un mero diritto potestativo.

In definitiva, nel momento in cui una determinata obbligazione non sia adempiuta, la parte non inadempiente ha il potere di determinare, mediante un proprio atto di volontà, una modificazione della sfera giuridica della parte inadempiente, la quale non può far altro che subirla.

Detto ciò, possiamo ora analizzare il suo funzionamento. Una volta che è venuto in essere l’inadempimento della specifica obbligazione oggetto della clausola risolutiva, la risoluzione del contratto in cui è inserita la clausola non avviene automaticamente. Infatti, essa è subordinata alla dichiarazione della parte non inadempiente di volersi avvalere della clausola medesima; la risoluzione costituisce quindi oggetto di un diritto potestativo della parte interessata, la quale può anche rinunziare - espressamente o tacitamente - ad esercitarlo.

Ciò significa che nel tempo intercorrente tra l’inadempimento dell’obbligazione oggetto della clausola risolutiva e la risoluzione del contratto può aprirsi una fase di giuridica incertezza, nella quale il contratto non è risolto, ma la risoluzione può conseguire, in qualsiasi momento, ad un'iniziativa della parte interessata.

L’estensore del contratto deve eliminare tale situazione d'incertezza attraverso, per esempio, la previsione di un termine entro il quale, la parte non inadempiente, abbia l’onere di comunicare la propria volontà di avvalersi della clausola in oggetto.

Altro problema consiste nel non trasformare la clausola risolutiva espressa in una mera clausola di stile.

Le clausole di stile sono quelle clausole caratterizzate da “genericità e ripetitività” tali da far supporre che esse non rispecchiano un’effettiva volontà negoziale delle parti, ma siano state inserite nel testo per abitudine linguistica. Per tali ragioni la Cassazione è univoca nell’affermare che tali clausole siano improduttive d'effetti giuridici.

Quindi, una clausola risolutiva espressa formulata con un riferimento a tutte le obbligazioni derivanti dal contratto (ossia una clausola del tipo: “In caso d'inadempimento, da parte di A, ad una qualsiasi delle obbligazioni derivanti dal presente contratto, lo stesso sarà risoluto di diritto…”) sarebbe interpretata come clausola di stile e quindi improduttiva di effetti giuridici.

Per ovviare a tale situazione, occorrerà determinare in modo preciso ed inequivocabile il comportamento inadempiente che s'intende sancire con la risoluzione di diritto.

Indipendentemente da quanto detto, è lo stesso legislatore che nella redazione dell’art. 1456 c.c. afferma che la clausola in esame è finalizzata a consentire la risoluzione ipso iure in caso di inadempimento di “una determinata obbligazione” e non dell’inadempimento di qualsiasi obbligazione contrattuale. 

L’art 1457 c.c. disciplina il termine essenziale come mezzo di risoluzione stragiudiziale del contratto. Con esso le parti convengono che nel caso in cui una data obbligazione non sia adempiuta entro un dato termine, il contratto si risolverà di diritto. 

Elemento essenziale della fattispecie in esame è la natura essenziale del termine che, pur potendo desumersi dalla natura della prestazione, è opportuno sia espressamente dichiarata nel contratto con un espresso richiamo al citato art. 1457 c.c..

Ma la vera peculiarità della fattispecie in esame è l’automaticità con cui si verifica l’effetto risolutivo che spesso si rivela un boomerang ai danni della parte interessata. Infatti, la risoluzione di diritto al momento della scadenza del termine può essere impedita soltanto con una dichiarazione contraria della parte non inadempiente, soggetta ad un termine brevissimo di decadenza (ad es. 3 giorni, comunque la Cassazione afferma che le parti possono derogare a tale brevissimo termine, sostituendolo con uno più lungo). In definitiva se il redattore introduce un termine essenziale anziché una clausola risolutiva espressa, gli effetti saranno, per entrambi i casi, la risoluzione del contratto ma le modalità con le quali saranno raggiunti tali effetti saranno sensibilmente diverse. 

In definitiva, è preferibile ricorrere a clausole risolutive espresse (che lasciano alla volontà del creditore, che deve dichiarare di avvalersi della clausola, la produzione dell’effetto risolutivo) piuttosto che al termine essenziale. In alternativa, si potrebbe non prevedere alcunché in ordine agli effetti della mancata osservanza del termine. In tale ipotesi, infatti, in caso di ritardo nell’adempimento si potrebbe provocare la risoluzione del contratto utilizzando l’istituto della diffida ad adempiere ai sensi dell’art 1454 c.c.. Il termine essenziale potrebbe essere utilizzato solo quando sussista la certezza che un inadempimento tardivo non possa corrispondere all’interesse della parte creditrice più di quanto non vi corrisponda la risoluzione del contratto.

Nella fattispecie relativa ai contratti di agenzia l’inserimento coattivo di clausole risolutive espresse all’interno del mandato da parte della mandante, con espresso riferimento alle inadempienze contrattuali dell’agente o rappresentante di commercio assume un carattere prevaricatorio, discriminatorio ed iniquo.

Editoriale a cura di (MQARC+) – Marchio di Qualità Agenti e Rappresentanti di Commercio

Quando si sottoscrive un qualsiasi contratto di agenzia, la prima cosa da fare oltre naturalmente alla verifica di zona, prodotti, provvigioni è analizzare l’articolo “clausola risolutiva espressa” che normalmente viene inserita nella parte finale del contratto. Questa clausola è particolarmente onerosa per l’agente in quanto l’utilizzo della stessa da parte della mandante comporta la perdita del preavviso e della indennità di fine rapporto.

Per gli agenti che hanno una certa forza contrattuale possono certamente omettere tale clausola; per gli agenti che invece non possiedono forza commerciale, si consiglia di tagliare almeno i vincoli più penalizzanti che potrebbero essere i budget, l’obbligo di fare relazioni, l’obbligo di comunicare ogni volta le aziende che si acquisiscono, etc.etc.

Lo scioglimento “per clausola risolutiva  espressa” da parte dell’agente, per inadempimenti della mandante,  mantiene salvo il suo diritto  a tutte le indennità di preavviso e di fine rapporto.

Oltre a tutto ciò l’Agente che si avvale della clausola e risolve il rapporto ha il diritto di chiedere alla mandante gli eventuali danni che egli abbia subìto a causa della violazione dell’obbligo indicato nella clausola risolutiva.

 

Per “par condicio” quindi, anche l’agente dovrebbe allora poter disporre di questa clausola, come, ad esempio, quando la mandante non paga regolarmente le prov­vigioni, oppure non consegna la merce o comunque molto in ritardo, quando non trasmette la dovuta documentazione, quando non risponde alle richieste, quando non supporta l’agente nella sua attività, etc.etc. – suggeriamo di documentare tali inadempimenti.

Insomma, se ci sono obblighi così stretti nel contratto dovrebbero essere recipro­ci, ma considerato che chi propone il contratto è solitamente la mandante, e non l’agente, ovviamente la risoluzione per inadempimento ai sensi art. 1456 c.c. riguarda solo l’agente.

Suggeriamo però che pur  se  il contratto prevede delle clausole risolutive espresse ma la cui attuazione sia dovuta a discrezione della mandante le stesse siano nulle. L’inserimento nel contratto di queste clausole deve specificare caso per caso l’inadempimento sanzionabile ed i termini entro cui  manifestare questa volonta’.

Facciamo per esempio riferimento alla clausola di budget, ove se inserito nel mandato, ma non effettuato da parte dell’agente per il primo anno non può poi la mandante chiedere la risoluzione del contratto per un budget non conseguito al secondo anno (o peggio al 4-5 anno) avendo essa stessa soprasseduto alla facolta’ di  attuazione di una clausola per sua volontà tranne se nel mandato vi è indicato esplicitamente che i precedenti non sussistono.

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